Lettera di un kamikaze

Brano tratto da Storia del Giappone e dei giapponesi

Storia del Giappone e dei giapponesi

Prima della partenza per la loro missione “senza ritorno”, era uso che i kamikaze scrivessero un’ultima lettera alla famiglia. Questa è stata scritta dal tenente Uemura Masahisa, venticinque anni al momento dell’attacco; è indirizzata alla figlia. Sorprende di non trovare neppure una volta glorificazioni dell’atto che il giovane tenente si accinge a compiere, né dell’Imperatore né della causa del Giappone, ma soltanto consigli di buon comportamento rivolti alla figlia ancora piccola.

Motoko, mi guardavi spesso sorridendo, avevi l’abitudine di addormentarti tra le mie braccia e facevamo il bagno insieme. Quando sarai grande e vorrai sapere chi fosse tuo padre, chiedi a tua madre e a tua zia Kayo. A casa è rimasto un album con mie foto. Sono stato io, tuo padre, a darti il nome Motoko, pensando che saresti diventata una persona dolce e tenera, che si prende cura degli altri. Voglio essere sicuro che tu cresca felice e diventi una magnifica fanciulla, e anche se io muoio senza che tu possa conoscermi non dovrai mai essere triste.

Quando sarai grande e vorrai incontrarmi, recati al santuario di Kudan1. Se preghi con tutto il tuo cuore, ti apparirà il mio volto. […] Anche se mi è capitata la peggiore delle cose, tu non devi considerarti una figlia senza padre. Io sarò sempre lì a proteggerti. Ti prego, prenditi cura degli altri con tutto il tuo amore.
Quando sarai cresciuta e comincerai a pensare a me, ti prego di leggere questa lettera.
Sul mio aereo, ho portato come portafortuna una bambola che ti avevo regalato alla tua nascita. In questo modo sarai sempre con me.”

1Il santuario in questione dovrebbe essere il Yasukuni, situato al centro di Tokyo, sulla collina Kudan.

La lettera, potete trovarla nel libro di R. Calvet, “Storia del Giappone e dei giapponesi“, ed. Lindau.

 

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